Testo mostra “Bitume Photofest: Effimero e Materia” Biblioteca Convitto Palmieri, 01 Marzo – 31 Marzo 2018, Lecce

 

Un cappello di paglia a forma conica, per proteggersi dal sole e dalla pioggia. Sotto necessariamente una bandana per avvolgere la testa e proteggere la pelle dal contatto con la paglia. Un piccolo zaino. Una campanella a portata di mano da far suonare ogni tanto per mantenere vigile l’attenzione solo e soltanto sul presente e sulle azioni che si stanno compiendo. Un bastone con su scritto “una strada, due persone”. Una veste  che si lega sul lato destro, come l’abito riservato ai defunti, di color bianco, colore associato alla morte. Perché di morte si tratta. E chi si incammina lo sa bene. Si cammina per morire un po’.  Lasciare tutto il fardello dell’ego lungo la strada e divenire uno henro, o meglio un o-henro-san dove il prefisso “o” sta per “grande” e il suffisso “san” per “signore” o “signora”. L’ henro è una parola giapponese con cui si fa riferimento al “pellegrino”, colui che si appresta a comprendere che: “una volta raggiunta l’illuminazione, tutto perderà di senso. Non c’è Est né Ovest. Non c’è Nord né Sud”. Il pellegrino sa bene che il fine ultimo del suo percorso è quello di non esistere più, e di dissolversi, e allo stesso tempo regnare e essere presente in tutte le cose. Sa anche che il suo cammino inizierà e terminerà al tempio di Koya-San, dove è sepolto il monaco Kukai, uno dei personaggi più illustri del Giappone. Kukai monaco buddista e poeta nasce a Zentsu-ji nell’isola di Shikoku nel 774, proprio in quel luogo dove questo uomo vestito di bianco si appresta a iniziare (o terminare) il lungo pellegrinaggio. Kukai, dopo tanti anni di studio in Cina, torna su questa isola montagnosa del Giappone, e terra natia. Qui contribuisce con tutto se stesso allo sviluppo del cosidetto Buddismo Shingon, che crede nella possibilità di raggiungere l’Illuminazione mentre si è ancora in vita. Dopo la sua morte, sull’isola gli abitanti iniziano a far girare la voce su i suoi miracoli e le sue apparizioni lungo i sentieri, tanto che intorno al 1600, quella che per secoli era stata la pratica di pochi monaci ascetici, diviene un’usanza di massa. In tanti iniziano quindi a praticare il Pellegrinaggio di Shikoku, 1200 chilometri percorsi a piedi sull’isola per visitare gli 88 templi frequentati dal monaco buddista Kukai durante la sua vita. Questo celebre pellegrinaggio inizia e finisce sul Monte Koya, dove sorge una grande area sacra di templi buddhisti e santuari. Qui, nel bel mezzo di una foresta di cedri, si trova il mausoleo di Kukai. Ed è qui che il viandante muove il primo o l’ultimo passo del suo pellegrinaggio in una sorta di percorso circolare ad anello. Sa che il suo cammino toccherà tutte e quattro le prefetture dell’isola, e sarà lungo, faticosissimo, come tutti i cammini verso l’illuminazione.

Il percorso è un vero e proprio viaggio verso la luce dell’Illuminazione e deve seguire passo dopo passo un ordine numerico prestabilito. Il pellegrino è libero di scegliere se percorrere lo stesso percorso del monaco Kukai, o farlo al contrario. Quest’ultima scelta (antinumerica) sa che comporta più fatica, ma è anche considerata la più meritoria.

I templi dal numero 1 al numero 23 rappresentano “il risveglio” anche detto Hosshin. Quelli dal numero 24 al numero 39 simboleggiano invece “austerità e disciplina” o Shugyo. I templi dal numero 40 al numero 65 sono invece il raggiungimento dell’Illuminazione, detto Bodai. Gli ultimi infine sono il raggiungimento del Nirvana, in giapponese Nehan. Al viandante non è dato sapere nulla oltre a questo. Non sa se ci sarà mai una vera e propria illuminazione o una ricompensa. Ancora oggi, lui deve solo indossare quella veste bianca per rendersi riconoscibile agli altri come pellegrino, e compiere il primo passo. Deve essere disposto solo a morire un poco. Non deve temere. Deve sempre essere consapevole che al suo fianco c’è un’invisibile compagno di viaggio. E’ lo spirito di Kukai, che regna in ogni singolo sassolino lungo la strada dell’isola. Al pellegrino basterà guardare il suo bastone e leggerci la scritta su: “una strada, due persone”.

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